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L’illusione della produttività: la leadership nell’era dell’AI secondo Seth Godin

L’intelligenza artificiale generativa, ormai pienamente in funzione in quasi tutti i processi aziendali e in tutti i settori, ha innescato molto spesso una corsa all’ottimizzazione. Produrre più codice, redigere più report, accorciare i tempi di risposta, automatizzare la customer care. Per molti versi, senza dubbio, l’AI è stata uno strumento determinante per ridurre i costi marginali e accelerare gli output.

Ma, e questo i vertici aziendali lo sentono prima di chiunque altro, oggi occorre allargare la riflessione e frenare la corsa ossessiva. Considerare l’AI soltanto come una leva di efficienza, infatti, nasconde un rischio strategico.

Stiamo producendo mediocrità a costo zero?

Se tutti accediamo agli stessi modelli linguistici, se gli stessi algoritmi condizionano i nostri flussi, se la capacità di calcolo istantanea di cui godiamo è per tutti la stessa, cosa stiamo effettivamente producendo?

E se stessimo correndo senza una vera e propria direzione verso una “mediocrità” a costo zero?

Stiamo generando significato o un risultato standardizzato il cui valore (economico e non) è necessariamente destinato a scemare? Se la conformità e la rapidità sono gratuite e accessibili a chiunque, l’abbondanza di risultati non genera più impatto, ma invisibilità.

Presto o tardi qualcuno lo farà prima di te (e quel momento è già arrivato)

Su questa riflessione, il pensiero di Seth Godin, autore del celeberrimo La mucca viola e business thinker che da oltre 30 anni impatta sul modo di pensare la strategia e il marketing, offre una lente allo stesso tempo lucida e controintuitiva. Già anni fa, infatti, Godin insisteva su un principio che oggi si rivela particolarmente attuale e che l’avvento dell’AI trasforma da intuizione di marketing a pilastro di strategia aziendale: se il tuo lavoro può essere descritto con un manuale di istruzioni, presto o tardi qualcuno, o qualcosa, lo farà più velocemente e a minor costo di te.

Con questo pensiero Godin legava due aspetti che, oggi nell’era tecnologica per eccellenza, sono in rapporto continuo, talvolta sinergico, talvolta conflittuale.

Dove si crea il vero margine per le imprese?

Da un lato c’è la questione della produttività in senso stretto: eseguire mansioni prevedibili, sintetizzare informazioni esistenti, replicare schemi. In questo terreno è la macchina a dominare. Ma impostare la competitività dell’impresa solo sulla velocità di produzione di output non sta accelerando la crescita, semplicemente sta accelerando la trasformazione del tuo prodotto o servizio in una commodity.

Dall’altro lato c’è la questione del valore, del significato, del purpose, strettamente legato all’aspetto umano. Assumersi responsabilità di scelte complesse, avere capacità di discernimento etico, saper costruire fiducia autentica tra persone, porre domande scomode che i dati non suggeriscono, consolidare le persone attorno a un obiettivo più ampio. Questo tipo di lavoro, il lavoro della leadership e di chi in azienda guida team e persone, non è automatizzabile. Richiede esposizione personale, empatia e coraggio relazionale.

La riflessione suggerisce una conclusione più attuale che mai: l’AI serve a liberare l’organizzazione dal lavoro meccanico affinché possa dedicarsi a ciò che non può essere replicato. Ma apre anche a una nuova domanda: dove si crea concretamente il vero margine per le imprese oggi?

Ripensare il business: 3 direttrici strategiche

Applicare questa prospettiva alla leadership di un’impresa, allora, significa prima di tutto ripensare. Riconfigurare l’allocazione del capitale, ridefinire la cultura interna e anche rivedere la proposta di valore. Sono tre, in particolare, le direttrici che possono guidare questo nuovo sguardo.

Dal volume alla rilevanza

Nella storia recente è sempre stato così, ma oggi lo è più che mai: inondare il mercato di contenuti o prodotti generici produce solo rumore di fondo. Il valore non sta nella quantità (anche quando la qualità sembra aumentata e i costi abbassati) ma nel generare qualcosa di distintivo.

La fiducia mostra sempre la via

L’efficienza introdotta dalle IA spesso elimina la frizione produttiva. Ma lo spazio in cui si generano frizioni è lo stesso in cui possono nascere confronti positivi. È lo spazio in cui si crea fiducia, quello in cui le persone scelgono di dedicare tempo, ascolto e cura a un problema complesso. Un cliente, uno stakeholder, un collaboratore ad alto valore non cercano un interlocutore che generi risposte automatiche in tre secondi; cercano un interlocutore che sappia comprendere le sfumature emotive, e strategiche del loro bisogno, interesse o talento.

Ripensare le competenze interne

Se l’AI diventa l’esecutore infallibile della prassi, il talento da premiare e trattenere in azienda non è più colui che sa eseguire un compito alla lettera, ma chi sa connettere nodi distanti, chi sa dissentire in modo costruttivo e chi sa creare ed espandere agli altri una visione d’insieme.

Il nuovo ruolo della leadership: guidare verso la differenza

La facile tentazione cui sfuggire oggi per la leadership è quella di misurare ciò che è facile quantificare: ore risparmiate, ticket chiusi, email inviate. Perché se l’efficienza fine a se stessa è solo una vittoria tattica, il compito primario di chi guida persone e organizzazioni non è fare da supervisore dell’automazione, ma farsi garante del significato. 

Significa incoraggiare le persone all’interno dell’organizzazione a uscire dalla zona di comfort dell’esecuzione protetta per assumersi il rischio del giudizio critico e dell’innovazione reale.

Nell’era dell’intelligenza artificiale, la tecnologia è uno standard di base condiviso da tutti i player nel mercato. La vera differenza, quella tra essere intercambiabili o la scelta d’elezione, rimane interamente una questione di intelligenza umana, lucidità e decision making, coraggio e capacità di agire.

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