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Presenza, potere, performance: i piccoli gesti che trasformano la leadership

“L’unico potere al quale l’uomo dovrebbe aspirare è quello che esercita su se stesso.”
– Amy Cuddy

La riflessione che lega potere e leadership attraversa secoli di pensiero filosofico e politico. In ogni epoca, la leadership ha vissuto la necessità di coniugare influenza e integrità, assertività e responsabilità, visione e presenza. Anche oggi, in un contesto globale rapido, complesso, veloce, incerto sono tante le dimensioni del potere con cui la leadership si confronta. Il potere decisionale, messo alla prova dalle enormi capacità e dall’estrema pervasività delle intelligenze, e per questo sempre più necessario. Il potere delle relazioni, così cruciale per la costruzione di fiducia e coinvolgimento nell’epoca delle relazioni ibride e dei colloqui digitali. Quello, ancora, che esercita pressione o controllo sugli altri, una forma fragile e rischiosa di potere, da saper riconoscere e disinnescare.

Guidare se stessi per guidare gli altri

Ma prima ancora, spiega la psicologa sociale già docente ad Harvard Amy Cuddy, vi è un altro potere, nella sua forma più profonda e universale: il potere che ciascuno può esercitare su se stesso. È la padronanza di noi stessi, infatti, la skill centrale per abilitare davvero la capacità di guidare persone, team e organizzazioni.

Comprendere la direzione e comunicarla, provare fiducia e ispirarla negli altri: la self-leadership, non è solo un requisito individuale, ma ha un impatto diretto su chi ci circonda ed è il presupposto fondamentale perché ogni azione di guida abbia senso, efficacia e durata. Insomma, non si può guidare gli altri senza prima saper guidare sé stessi.

La leadership inizia dal corpo

Avere una visione non basta per condurre team e collaboratori verso l’obiettivo, se non siamo capaci di incarnarla ed esprimerla. In altre parole di comunicarla. E se la comunicazione è una competenza integrante della capacità di leadership stessa, il linguaggio del corpo, sostiene Cuddy, è uno strumento molto potente per consolidarla perché il nostro body language non solo parla (senza parole) agli altri, ma anche a noi stessi, alla nostra mente, alla nostra capacità di plasmare comportamenti e azioni.

La mente influenza il corpo, il corpo influenza la mente

Il modo in cui occupiamo lo spazio, in cui ci muoviamo e ci presentiamo modella non solo la percezione che gli altri hanno di noi, mostra Cuddy nei suoi numerosi studi, ma anche la nostra sicurezza, la nostra assertività e il nostro stato mentale. E anche solo piccole modifiche nella postura possono trasformare la nostra presenza e prepararci a situazioni critiche, facendo emergere pienamente la nostra autorevolezza. La “lezione” è chiara: la leadership autentica comincia dal corpo e piccoli gesti apparentemente insignificanti possono fare la differenza tra sentirsi sopraffatti e affermarsi con sicurezza e autorevolezza.

Come interagiamo con lo spazio e con gli altri?
Ci facciamo piccoli, tendiamo a rannicchiarci o incrociare spesso le braccia? Nel celebre TEDTalk Your Body Language May Shape Who You Are, (Il tuo linguaggio del corpo può plasmare chi sei), il terzo più visto di sempre a livello globale, la studiosa di comportamento e psicologia, rileva come gli individui che sanno occupare lo spazio con una postura aperta e gesti di forza vengono percepiti come più competenti e dominanti.

Percezione, influenza, presenza

Non si tratta solo di come gli altri ci percepiscono: il corpo influenza direttamente la nostra mente. Espressioni di “forza”, posture aperte ed espansive, gesti apparentemente semplici, come sollevare il mento e lo sguardo, non solo influiscono sulla percezione esterna, ma hanno un impatto fisiologico su chi le assume. Provocando cambiamenti ormonali, come l’aumento di testosterone e la riduzione del cortisolo, infatti, inducono sentimenti di assertività, ottimismo e controllo. Al contrario, posture chiuse e difensive non solo comunicano insicurezza. Assumendole ci si sente concretamente più deboli, più vulnerabili, e si prova più stress.

Gestire questa relazione tra corpo e mente è un nodo centrale per agire con lucidità e determinazione. Per un leader, saper utilizzare consapevolmente il proprio corpo diventa quindi uno strumento per gestire la pressione a cui è naturalmente sottoposto, per aumentare la tolleranza al rischio e non solo mostrarsi, ma essere calmo e presente nei momenti decisionali.

Fake it until you make become it

Fingi finché non ci arrivi” è un monito molto popolare e una strategia non rara in ambito professionale. Comportati già da ora come se possedessi competenze o una sicurezza che ancora non possiedi, e con costanza queste emergeranno nel tempo. Perché, si sa, un atteggiamento sicuro aiuta a gestire la pressione e le situazioni più complesse, da un semplice colloquio a una riunione decisionale strategica.

Ma si tratta di performance o di un autentico processo di gestione dei propri comportamenti? Amy Cuddy propone una lettura più profonda del classico fake until you make it, che trasforma questa simulazione in un processo reale di crescita e autorealizzazione, coinvolgendo mente e corpo. Fake it until you become it: fingi finché non lo diventi. L’obiettivo non è ingannare la percezione degli altri, ma esercitare un impatto concreto su di sé e sulle proprie azioni. Quando una postura comunica potere, anche in assenza di certezza interna si innesca una cascata che modifica il modo in cui ci sentiamo e come ci comportiamo. Sorridere quando non si è felici, spiega l’esperta, può farci sentire più felici; allo stesso modo, assumere posture di forza può farci sentire più forti. Un approccio che permette di aumentare la presenza, per affrontare anche i momenti di maggior valutazione sociale con più sicurezza e autorevolezza.

Self-leadership: perché è importante anche per la cultura aziendale

Per manager, leader e professionisti HR, le implicazioni di queste considerazioni sono immediate. Assumere consapevolmente posture, governare i gesti e la propria presenza significa nell’immediato poter supportare meglio team e collaboratori, facilitare la partecipazione nei progetti e negli obiettivi condivisi, migliorare le dinamiche di leadership.

Ma applicare questi concetti nella pratica quotidiana della leadership significa anche promuovere una cultura in cui la consapevolezza del linguaggio del corpo non è un trucco, ma parte integrante della propria presenza, cioè la capacità di portare la propria migliore versione nei momenti che contano.

Una sfida interiore prima che esteriore, per la leadership contemporanea, in cui governare se stessi, il proprio corpo, le proprie reazioni, il proprio livello di presenza, è una condizione necessaria per esercitare un’influenza sana sugli altri. In un’epoca in cui la leadership è costantemente osservata, valutata e interpretata, il potere non risiede più soltanto nelle decisioni che si prendono o nelle relazioni che si costruiscono, ma nella presenza con cui si abita il proprio ruolo.

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